Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 4)

Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 4)

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Ci svegliamo alle 6, il sole è ancora molto basso e tutto è gelato. Abbiamo indosso tutto quello che ci siamo portati, ma sappiamo che appena farà capolino il sole scalderà le pietre e i nostri corpi. Stamattina dovremo attingere dalle scorte personali per la colazione, dato che qui non c’è nulla. Sullo sfondo il Norbung kang è già illuminato dal sole e i suoi seracchi sono minacciosi anche da lontano. Ripartiamo in fretta per raggiungere il tepore del sole, lungo un trail in quota tutto fattibile in bici, che spettacolo! Anche oggi abbiamo un passo impegnativo da affrontare: siamo tranquilli perchè abbiamo davanti tutto il giorno e il tempo è veramente spettacolare, con un sole che ci brucia. In mezz’ora passiamo dal piumino alla maglietta a maniche corte. Adoro questo clima, il mio corpo è in perfetta temperatura di esercizio e non patisco né caldo né freddo. Solo un po’ di fatica, ma a questo siamo allenati. Il passo è abbastanza duro, con pochi tratti pedalabili nell’ultima parte, e oggi dobbiamo superare i 5300 metri.

Incredibile la discesa che affrontiamo, non abbiamo parole. Fondo perfetto per le due ruote, passaggi divertenti e un orizzonte sterminato con centinaia di cime brulle e spazzate dal vento: ma dove siamo finiti? Il sentiero si immette su un crinale rettilineo, infinito e lunghissimo. Mollo completamente i freni, è troppo invitante ma ho il tarlo in testa dei prossimi giorni di viaggio. Siamo dall’altra parte del mondo e non possiamo rischiare di farci del male. Mentre ho questo pensiero Michele mi supera al doppio della velocità urlando. In quel momento ricordo perfettamente che qualsiasi pensiero è svanito ed esistevamo solo noi e le nostre bici su quel crinale sabbioso, compatto e completamente rettilineo. Volavamo tra arbusti e piccoli dossi lasciando soltanto una scia di polvere: poesia!

Siamo veramente curiosi di arrivare a Dho Tarap, villaggio del Lower Dolpo, incrocio di numerose vie di comunicazione e famoso per i suoi Stupa immersi nei campi di orzo. Passiamo poco prima da Takyu, o Taxi, ognuno la chiama come gli pare. Già è difficile perchè nessuno parla inglese e dobbiamo comunicare a gesti. E per fortuna gli italiani sono bravi, coi gesti. Siamo in questo angolo di mondo e veniamo assediati da due bambini. Ci guardano e sicuramente stanno pensando: “Questi sono gli extraterrestri! Uno di loro ha addirittura un rilevatore intergalattico posizionato sul casco, e la ruota dell’altro sbrodola roba bianca, sarà il loro cibo…”. Grazie di esistere piccole pesti, anche quando ci avete spazientiti perchè dopo un’ora ci stavate ancora correndo dietro, sfiniti. Non fate il guado nel fiume, che l’acqua è più alta di voi! Diventerete uomini alla svelta in questo angolo di mondo, forse troppo alla svelta!

Dho Tarap ci regala un po’ di civiltà e un po’ di aria tiepida del pomeriggio: facciamo volentieri una passeggiata sulle alture nei dintorni per ammirare dall’alto queste vallate. Ci sono davvero tante varianti, tante possibili traversate da fare con la mtb. Abbiamo studiato bene le mappe e conosciamo le valli e sentieri. Che bello sarebbe anche andare verso il Tibet, oppure scendere verso la riserva di Dhorpatan. Passeggiamo tra i sentieri del villaggio accompagnati da una decina di bambini, ci danno la mano: “Namaste, Tashi Delek” “Dondebat”. Sono poche le parole nepalesi/tibetane che riusciamo a capire, ma spesso un sorriso è sufficiente. Stasera la cena ci viene preparata in una lodge lussuosa rispetto a quanto siamo abituati. Probabilmente mangiamo il miglior Dhal Bat del viaggio, con perfino della carne nel brodino (che in realtà è solo ossa). L’aspetto positivo del Dhal bat è che non esiste porzione, si può fare bis e tris e ovviamente per noi è questa la regola. Iniziamo a definire meglio le tappe dei giorni a seguire, visto che capiamo come e quanto possiamo osare con le nostre bici. Il percorso si sta rivelando molto interessante. Domani, stando a tutte le informazioni che abbiamo, ci aspetta il passo più impegnativo del viaggio, ripido e senza acqua.

Lasciamo Dho Tarap con un cielo nuvoloso e i soliti dubbi malcelati sul maltempo, mentre Sandro si intrattiene e ci raggiungerà probabilmente lungo la salita. Il primo pezzo è meraviglioso, un sentiero in leggera salita che si lascia alle spalle i campi coltivati e si addentra in una vallata aspra e selvaggia. Ci togliamo le scarpe per guadare un fiume gelido, e ripartiamo per prati e arbusti, sempre in sella fino a 4400 metri. Oggi è un po’ diverso dal solito, il sentiero è poco tracciato, spesso distrutto dal fiume in piena e si procede a rilento. Si fatica anche a trovare quella regolarità che ci ha aiutato a sopportare la fatica nei passi precedenti. Ora capisco cosa intendeva Sandro. E aveva ragione: “difficult!”.

A volte mi chiedo come possa passare di qui una carovana di muli o di yak, se noi bipedi in alcuni tratti non sappiamo dove mettere i piedi. In fondo alla valle si impenna il ghiaione del passo Jhyarkoi La. Oggi guardo spesso il mio altimetro, e Michele rimane attardato, forse sta patendo anche più di me. Fanno male i tendini d’achille, c’è tanto peso da portare su: Sandro una volta che ci ha raggiunti sorride e ci apostrofa come “Sherpa”. Il sentiero sale a zig zag, molto ripido e ogni 10 minuti è necessario riprendere fiato. Un paio di volte togliamo anche la bici dalle spalle. Anche oggi almeno 3 ore di dura salita col fardello sulle spalle. Stiamo portando su 30 chili di roba, è durissima e c’è un vento così gelido che al passo praticamente non ci fermiamo. Giusto il tempo di due rapide foto e di un uovo sodo con un paio di chapatee, riparati dal vento. Il panorama è incredibile, a nord si vede il Tibet.

Siamo veramente in alto, 5450 metri e il cielo così azzurro con quelle nuvole disegnate ci schiaccia da tanto è profondo. Ammirazione per la natura, adrenalina per la discesa, che ci lascia senza fiato, ancora una volta. Siamo in Upper Dolpo e i sentieri se possibile sono ancora più flow, ancora più tortuosi e polverosi di prima. È goduria pura, è molto meglio di quanto potevamo immaginare. Anche tutto il sentiero saliscendi verso Kharka, un prato di accampamento, è interamente ciclabile sul filo dei 5000 metri. Ma dove siamo? Nel nulla totale! Che valli immense in questo altopiano!

TO BE CONTINUED…

Fonte: Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 4)

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